ASSOCIAZIONE ITALIANA CARTAMONETA

"Pecunia, si uti scis, ancilla est; si nescis, domina"

CHARTA NUMMARIA – La forma: l’invenzione che ha “scritto” la storia

(di Livia Faggioni) La forma o modulo[1] [Fig. 1] ha cambiato la vita dell’uomo sotto vari punti di vista, favorendo, attraverso il prodotto che ne è derivato, la carta, la comunicazione, la conservazione della memoria, nonché, prima dell’evento delle macchine, gli scambi commerciali, come unità di misura delle merci (la carta valori).

La forma è il mezzo con il quale si esegue la feltrazione delle fibre, l’arnese che i cartai hanno usato ininterrottamente per secoli e che usano ancora i cartai del terzo millennio. La “forma”, protagonista della storia della tecnologia cartaria, determina la scelta e la preparazione della materia prima (impasto), il formato e la qualità del prodotto finito.

Tre i tipi di forma utilizzati in luoghi e in tempi diversi: galleggiante, flessibile, rigida. Quest’ultima è particolarmente collegata alla “carta occidentale” che inizia a diversificarsi da quella “orientale-araba” nella seconda metà del XIII secolo con le  innovazioni introdotte dai cartai fabrianesi. [2]  (per continuare la lettura clicca su i tre  puntini qui sotto)

 

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CHARTA NUMMARIA – Dal metallo alla carta, un difficile cambiamento

(di Silvana Balbi de CaroNella primavera dl 1861, quando non si era ancora spento l’eco degli entusiasmi che avevano salutato l’unificazione, sotto la corona sabauda, di gran parte dei territori della penisola, a Torino il nuovo Governo guidato dal Conte di Cavour si trovò a dover fare i conti con la realtà di un paese formato da un mosaico di province assai diverse tra loro per storia, tradizioni, usi e costumi, con enormi disparità sociali e un livello di scolarizzazione molto basso, con, in più, notevoli difficoltà nei collegamenti tra le diverse regioni per mancanza di un’adeguata rete di collegamenti stradali e ferroviari. Inoltre, mentre in Parlamento si discuteva di istruzione scolastica, di leva militare, di dogane, di comunicazioni, di brigantaggio, dal Mezzogiorno soffiavano venti di insubordinazione, alimentati dalle mene del partito dei nostalgici che puntava, con l’appoggio del Papa, al ritorno dei Borboni.

Destava preoccupazione anche lo stato dell’economia, arretrata rispetto a quella dei maggiori Stati europei, con un reddito medio pro capite che in Italia era tra i più bassi dell’intero continente, e un mercato interno che, nonostante la caduta delle barriere doganali che avevano in passato diviso uno dall’altro gli antichi Stati, continuava ad operare entro ristretti ambiti locali o. al più, regionali, servendosi di pesi, misure e monete completamente differenti tra loro. (per continuare la lettura clicca su i tre  puntini qui sotto)

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LA CONTRAFFAZIONE DI STATO

(di Fabrizio Raponi) Molto probabilmente la contraffazione è nata un minuto dopo l’invenzione della moneta. Per quello che riguarda le banconote, il primo uso di cui abbiamo storicamente conoscenza, proveniente da uno studio numismatico del passato, ma del quale nessun esemplare è a oggi disponibile, che risale all’incirca al 650 d.C., sotto il regno dell’Imperatore Yung Hue della Dinastia Tang.

Le prime banconote nella forma in cui le conosciamo oggi, ossia banconote di scambio ufficiali senza data di scadenza, risalgono al 1189 emesse durante la Dinastia Jin (1115-1234).

Durante la dinastia Yuan dei Mongoli (1271-1368), le banconote erano di uso esclusivo per ogni pagamento, in quanto monete di rame, argento o oro non erano permesse.

Lo stupore di Marco Polo, che nel Milione le descrisse in questa maniera, è evidente: “Ma è vero anche che tutte le genti e razze di uomini, sudditi del Gran Kan, prendono volentieri queste carte in pagamento perché a loro volta le danno in pagamento di mercanzia, come perle, pietre preziose, oro e argento. Si può così comprare tutto ciò che si vuole e pagare con la moneta di carta; e pensate che una carta del valore di dieci bisanti non arriva a pesare quanto un bisante.” (il bisante era la moneta d’oro dell’Impero bizantino, usata anche nei territori della Serenissima Repubblica di Venezia).

È difficile individuare un preciso momento nella storia dell’umanità che possa essere considerato come il primo tentativo di falsificazione di una banconota. D’altronde le banconote cinesi, già dalla Dinastia Song (960-1279) riportavano l’indicazione di severe punizioni, inclusa la pena di morte, per i falsari; segno questo che la falsificazione di banconote era già un serio problema…

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ATTENTI AL FALSO

(di Michele Straziota) Alcuni anni fa c’era un motivo di una canzone popolare che recitava più o meno così : “attenti al lupo”. Ma nel nostro campo, la numismatica, c’è una bestia molto più temibile e pericolosa da cui difendersi: il falso! Infatti recentemente sono stato visitato, presso il mio studio, da un noto professionista che intendeva stimare la propria collezione di banconote della Banca d’ Italia e delle Antiche Banche.

Più di trecento biglietti tra rari, meno rari e rarissimi inondarono la mia scrivania. Ma nonostante quella gradevole confusione,  a prima vista, in una frazione di secondo, un biglietto mi allertò particolarmente: si trattava di un 50 lire del Banco di Napoli della tipologia cosidetta dei “cavallini”.

Data la mia lunga esperienza e la tendenza all’approfondimento, unita ad una mia propensione a non fidarmi mai delle apparenze, chiesi da chi avesse acquistato quel biglietto.

La risposta destò  viva meraviglia, poiché l’acquisto era stato effettuato presso un noto commerciante blasonato ma che era, purtroppo, recentemente scomparso. In realtà la banconota non si presentava male: carta consistente, ottimi colori, tonalità originali, persino delle piccole macchioline di ruggine che attestavano l’indiscutibile vetustà del biglietto, che sicuramente aveva circolato.

Ma qualcosa non mi convinceva, infatti la filigrana era appena accennata a tratti, cioè sembrava un prototipo o un “proof”. Chiesi di poter esaminare con più attenzione il biglietto, alla presenza del cliente che intanto sorrideva, ostentando assoluta fiducia sulla bontà della sua banconota.

Il primo particolare che notai riguardava il timbro a secco posto in alto raffigurante lo stemma sabaudo: questo aveva la rigatura e la spaziatura irregolare.

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UNA BANCA FANTASMA E I DEBITI DI GIOCO DI UN “PIZZICAGNOLO”

(di Franca Maria Vanni) Una sera della fine di novembre del 1817 un “pizzicagnolo”[1], tale Giuseppe Scalzi, giocava a carte in un’osteria della città. Non era una serata fortunata e dopo qualche partita aveva perso tutto il denaro che aveva in tasca. Nella speranza di poter recuperare la somma persa, chiese di fare un’ultima partita ed il suo avversario acconsentì. Dal momento che non disponeva di altro contante, il “pizzicagnolo” dette come garanzia tutta la merce che si trovava all’interno del suo negozio. Poiché la fortuna quella sera gli aveva girato le spalle, il “pizzicagnolo” e il vincitore della partita, in base alla consuetudine che i debiti di gioco vanno pagati entro ventiquattro ore, lo avvertì che il mattino seguente sarebbe venuto a ritirare la merce che si trovava all’interno della “pizzicheria” come saldo del debito. Il mattino seguente il nuovo proprietario delle derrate alimentari giunse al negozio dello Scalzi, ma lo trovò chiuso e dopo alcuni giorni nei quali aveva tentato invano di rintracciare il proprietario, si rivolse alla polizia. Quest’ultima rintracciato il pizzicagnolo lo costrinse ad aprire il negozio e sequestrò tutta la merce. Tra prosciutti, formaggi, salamini e barili di acciughe vi era anche una cassa contente dei fogli di carta all’apparenza simile a quella oleata che da un lato aveva stampati dei buoni sui quali era indicato il valore e il nome dell’ente che li aveva fatti produrre, la Banca di Lucca; mancavano solo le firme dei responsabili dell’emissione. Questo fatto lasciò molto sconcertati i gendarmi. Nella prima metà del XIX secolo a Lucca non esistevano banche nel senso moderno del termine, ma solo due istituti creditizi locali fondati e gestiti rispettivamente da Giuseppe Francesconi e da Cosimo Giorgetti[2] che concedevano prestiti ad artigiani o agricoltori, per migliorare la propria attività.

[1] Ho preferito utilizzare il termine toscano “pizzicagnolo” con il quale si intende un venditore di formaggi salumi e altri generi alimentari, perché tale parola è quella utilizzata nei documenti archivistici esaminati per ricostruire la vicenda.

 

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COME SI FANNO I SOLDI – Mostra tenutasi a Milano dal 1 al 31 ottobre 2019

(di Luigi Lanfossi)  Il grattacielo Pirelli, “Pirellone” per i milanesi, fu costruito tra il 1956 e il 1960: è il capolavoro di Gio Ponti, con un progetto avviato nel pieno della sua maturità – inizia a lavorarvi a sessantacinque anni – dal quale deriva l’esemplare “sintesi della ricerca tecnica e funzionale sugli edifici ad uso ufficio”. Il grattacielo Pirelli si eleva da un basamento pentagonale impostato a perimetro del lotto compreso tra piazza Duca d’Aosta, via Pirelli e via Fabio Filzi. La pianta della torre consiste in due poligoni speculari accostati, separati dal corridoio centrale che va rastremandosi alle estremità, determinando la superficie sfaccettata, a “diamante”, che si ritrova nella galleria interna. A commissionare la torre, oggi sede della Giunta regionale della Lombardia, fu il gruppo industriale Pirelli, con l’intento di trasferire gli uffici di viale Abruzzi in una nuova prestigiosa costruzione. Il grattacielo fu inaugurato il 4 aprile 1960. Il palazzo ospitava circa 2.000 persone, 1.200 dipendenti dell’azienda, la restante parte occupata negli uffici e nei negozi affittati a terzi.

L’impiego di materiali prodotti dalla Pirelli fa del grattacielo una straordinaria vetrina, capace di entrare nell’immaginario collettivo dei milanesi, simbolo della ricostruzione e del miracolo economico in atto nel paese.
Perché parliamo di questo famoso monumento?

Perché per tutto il mese di ottobre Regione Lombardia ha ospitato nei prestigiosi spazi espositivi al primo piano del palazzo Pirelli la mostra “Come si fanno i soldi, la produzione di cartamoneta tra tecnologia e tradizione” organizzata dal Museo della Stampa e Stampa d’Arte di Lodi con la collaborazione della Associazione Italiana Cartamoneta, dell’Archivio Storico di Poste Italiane, di Tipoteca di Cornuda, e Fondazione Fedrigoni Fabriano.

La mostra si è conclusa con grande grande ammirazione e apprezzamento di pubblico, registrando oltre novecento visitatori tra presenze istituzionali, privati, professionisti del settore (artisti, incisori, tipografi ma anche docenti ed esperti di cartamoneta), gruppi di collezionisti e appassionati di filatelia e numismatica, studenti di istituti tecnici del settore grafico e studenti universitari di numismatica.

Ma quali tracce lascia dietro di sé questo originale e curioso percorso espositivo? …

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UN CREDITO DAL VOLTO UMANO NEGLI OPACHI RIFLESSI DI UNA FILIGRANA

(di Giovanni Ardimento) “ Per non esser state a nostre patte, orologio del Monte sempre matte”. Con questa scritta enigmatica, suggellata a mò di epitaffio, un arguto maestro orologiaio intese lasciare traccia della sua abilità, allorquando, chiamato a svolgere i lavori di completamento del campanile della nuova sede del Monte di Pietà di Roma gli fu richiesto di adornarne la base con un orologio. Tuttavia, non essendo stato a suo giudizio, adeguatamente remunerato, egli intese lasciare traccia perenne del suo risentimento, alterando i congegni di funzionamento del manufatto meccanico, in modo tale che esso non segnasse mai più l’ora giusta. E se la impertinente scritta fu poi cancellata, il difetto di funzionamento persiste ancora oggi…
Stemma del Sacro Monte della Pietà di Roma.
E’ dal 1603 che il Monte della Pietà di Roma, poi detto Sacro ,in virtù delle sue ascendenze e delle sue funzioni, venne trasferito a palazzo Santacroce dove col tempo subì ampi processi di ampliamento e di ristrutturazione, fino ad assorbire più corpi di fabbrica. Tra gli elementi architettonici dell’edificio spiccano, oltre la cappella, vero gioiello del barocco romano, anche una edicola posta al primo piano, rappresentata da un altorilievo marmoreo raffigurante il corpo di Cristo deposto dalla croce entro il sepolcro, emblema, fin dal suo sorgere del Monte di Pietà. All’ultimo piano, in posizione asimmetrica rispetto all’asse longitudinale del palazzo, venne in seguito posto, verso la fine del ‘600, il già citato orologio. 
Ma ora, prima di inoltrarci nelle ovattate stanze policrome, dove la finanza si sente a suo agio solo nel silenzio, è necessario fare un piccolo passo indietro , per provare a tracciare il panorama creditizio nel basso Medioevo italiano, quel tanto che basta a lumeggiare le origini e le funzioni di siffatta istituzione. Nel XIII secolo l’Italia era disseminata di banchi di cambiavalute che esercitavano principalmente l’attività del cambio di moneta e quella dell’elargizione del prestito ad interesse. Il passaggio graduale verso una economia mercantile richiedeva crediti sempre più cospicui e nuove reti di mercanti-banchieri iniziavano a diffondersi in modo più capillare.
In quel periodo erano tre le istituzioni socioeconomiche deputate alla concessione del credito nelle sue varie forme: vi erano in primis, le grandi compagnie bancarie che utilizzavano i loro capitali nel finanziamento di grandi imprese commerciali e nei prestiti a principi e regnanti. A queste si aggiungeranno, qualche secolo più tardi, i banchi pubblici creati con licenza delle autorità locali e da loro controllate, che avevano la funzione di prestare le somme in denaro avute in deposito, ma che tuttavia utilizzavano i loro fondi per sopperire ai bisogni delle municipalità o per svolgere funzioni di tesoreria delle istituzioni cittadine.
Nel caso di prestiti al consumo, occorreva invece rivolgersi, in modo semiclandestino ai prestatori su pegno, in genere Ebrei o Lombardi con condizioni particolarmente vessatorie. E in un periodo di congiuntura economica, quale fu la seconda metà del Trecento, il ricorso a tale tipo di prestito si fece particolarmente prosperoso per usurai e strozzini, che erano disseminati in gran parte dello stivale. I tassi di interesse praticati dai banchi ebraici, secondo gli statuti comunali del tempo, che ne attestano la consistenza, arrivavano oltre il 20%, anche a causa del rischio intrinseco nella concessione del credito. Tuttavia, la ragione di interessi così alti, era giustificata anche dagli alti rischi che gli ebrei correvano nella concessione dei prestiti: infatti, come attestano le fonti, sovente si verificavano casi di espulsione dalle città di costoro, situazioni di irreperibilità di soggetti disposti ad acquistare i pegni che essi detenevano a garanzia dei loro crediti, oppure, nel caso di contese giudiziali, che l’esito del processo pendesse a favore del debitore con una perdita netta del mutuante.

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II REPUBBLICA ROMANA, UN BUONO INEDITO DELLA PROVINCIA DI ASCOLI

 

(di Stefano Poddi) Dopo il papato di Gregorio XVI (6 febbraio 1831-1 giugno 1846), che era un convinto sostenitore della indivisibilità fra Stato e Chiesa e del dovere che avevano le popolazioni di sottomettersi ai loro rispettivi legittimi regnanti, l’elezione del papa Pio IX, venne salutata come la speranza di un governo equo e tollerante. Il papa concesse l’amnistia e chiuse i tribunali speciali, avendo ben presente il limite oltre il quale potesse essere messa in discussione lo stesso potere temporale.
Nei governi, fino ad allora appannaggio assoluto dei membri della curia, vennero inseriti i primi membri laici, mentre i riformisti, forti delle prime concessioni liberali, chiedevano altre libertà e puntavano ad avere una costituzione che avrebbe attribuito al popolo la sovranità.
Queste richieste ottennero l’effetto di spaventare Pio IX, il quale passò in breve da un consenso generalizzato ad una diffusa impopolarità.
Pellegrino Rossi era il Ministro dell’Interno, responsabile di mantenere l’ordine pubblico, reprimendo sul nascere ogni possibile disordine.
Il suo assassinio, avvenuto il 15 novembre 1849, diede il via alla rivolta popolare, facendo optare Pio IX per una repentina fuga a Gaeta, sotto la protezione di Ferdinando II.
A Roma subentrò un Governo provvisorio che sommerso da una situazione finanziaria fallimentare, emise dei boni e diede legalità a dei prestiti ad alto interesse, fino ad allora considerati eperseguiti come usura.

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