(di Alfredo Gigliobianco) Non è frequente che ci si ponga davanti a una banconota come “lettori”, come interpreti di un vero e proprio documento storico. La banconota ha una valenza iconica talmente forte che tende ad oscurare il proprio aspetto contrattuale, documentale. Per questo dedico queste note ad illustrare la mia esperienza di storico economico che “legge” le banconote nel contesto della storia finanziaria.
Le banconote più antiche sono null’altro che titoli di credito, i quali incorporano veri e propri contratti stipulati fra l’emittente (uno stato sovrano o una banca) e il prenditore, che può essere qualsiasi agente economico: semplice cittadino, imprenditore, o altra banca.

Nella banconota troviamo anzitutto il nome della banca emittente (fig.1), alcuni elementi (carta, disegno, stampa) che la rendono riconoscibile e ne rendono difficile la falsificazione, e poi il contenuto vero e proprio del contratto che si stipula con il prenditore. Tale contratto consiste normalmente in una promessa di pagamento, che in italiano suona così: 100 lire (o altro importo), pagabili a vista al portatore.

Fig.1 – 100 lire tipo Barbetti con matrice 1897- Specimen

Ma pagabili per mezzo di che cosa? Il materiale del pagamento normalmente non è specificato, perché ritenuto ovvio, troppo ovvio per essere nominato. Infatti, se in un paese si usa l’oro, il pagamento è da intendersi in monete d’oro, se l’argento, in monete d’argento. La promessa è seguita da una o più firme. In questo caso il direttore generale (Giuseppe Marchiori) e il cassiere principale (Andrea Nazari).

In banconote più antiche troviamo normalmente funzionari di livello più basso, spesso il cassiere e un controllore. Si vedano per esempio le fedi di credito degli antichi banchi napoletani, in cui la promessa non è esattamente una promessa di pagare, ma l’attestazione che il possessore della fede di credito ha un credito garantito presso il banco emittente. Questa garanzia è data dal cassiere maggiore.

Fig. 2 – 1.000 lire tipo “Repubbliche Marinare” 1935 – Campione

Ora passiamo al discorso politico. In questa banconota da mille lire, che circolava negli anni Trenta, troviamo il contrassegno del Tesoro (fig. 2).

Questo contrassegno marca un’epoca in cui per la realizzazione di una banconota dovevano concorrere la volontà e la presenza fisica della Banca d’Italia e quella del Tesoro. Il contrassegno era apposto fisicamente da un funzionario del Tesoro, o sotto la sua diretta supervisione, al fine di evitare truffe come quella che era stata messa in atto dalla Banca Romana, che intorno al 1892 aveva fabbricato biglietti duplicati, non autorizzati, anche se non li aveva ancora messi in circolazione. Ne era nata una forte diffidenza dello Stato rispetto alle banche di emissione. Soltanto nel 1981 il processo di stampa del contrassegno fu incorporato nella stampa delle altre parti della banconota, e cessò la presenza del Tesoro in fase di stampa. Nello stesso anno, la circostanza è significativa, si consumò il “divorzio” fra la Banca d’Italia e il Tesoro, in seguito al quale la Banca non fu più obbligata ad acquistare residualmente i titoli pubblici non venduti in asta.

Torniamo ora al contratto fra banca emittente e cittadino portatore. Soltanto in un momento storico successivo, quando la figura della banca di emissione si istituzionalizza, e quando la promessa di pagamento, per il motivo fra poco dirò, cambia di contenuto, allora alla firma dei funzionari si sostituisce la sola firma del direttore generale, o del governatore. La promessa non è più: pago in oro. Se la banca di emissione, trasformata in banca centrale, tiene fede al proprio mandato istituzionale, la promessa diviene: tengo stabile il valore della moneta rispetto ai beni che con essa si possono acquistare. Ovvero, la banca non scambia la banconota in oro, ma fa una politica monetaria tale per cui la banconota possa essere scambiata con una quantità stabile di merci sul mercato. La banconota cessa sì di essere convertibile in oro, ma è convertibile in una quantità stabile di merci: un paniere di biscotti, lavatrici, camicie, trapani e messe in piega. Si tratta in fondo di una promessa più pratica ed efficace della precedente, perché anche l’oro e l’argento hanno le loro fluttuazioni di valore rispetto ai beni, fluttuazioni che qualche volta convengono ai portatori di banconote, e qualche volta no.

A quel punto, il contenuto documentale della banconota è cambiato. Non si tratta più della promessa di una banca, rappresentata da due funzionari, a un cliente. Diviene la promessa di una istituzione, rappresentata dal governatore, a un intero paese. Il documento è più politico che contrattuale. In quasi tutte le banche centrali, la firma è oggi solo quella del governatore.

Fig. 3 – 500 euro 2002 Duisenberg – Specimen

Nelle banconote emesse dalle banche “moderne” (come la BCE, la banca centrale russa, la Federal Reserve) non si trova più la formula tradizionale “pagherò” o “pagabile” o “prometto di pagare”.

 

Fig. 4 – 2.000 rubli 2017 – Specimen

Si trova invece la nuda dizione: 500 euro, 2.000 rubli, e così via (figure 3 e 4). Nelle banche, diciamo così, tradizionaliste (come la Bank of England: figura 5), l’antica promessa invece rimane: “I promise to pay the bearer on demand the sum of 5 Pounds” (e rimane la firma del cassiere).

Fig. 5 – 5 pounds Bank of England 2016 – Specimen

Anche se tutti sanno che quella promessa è ormai un fossile documentale, un po’ come l’asola sul bavero delle giacche da uomo: quando la giacca era un vestimento campagnolo, l’asola serviva per agganciare un bottone, il che permetteva di alzare il bavero per riparare il collo dal vento; oggi che la giacca è diventata abito cittadino, l’asola rimane testimone, disoccupata, del tempo andato. Allo stesso modo, quella promessa era ancora riportata nelle ultime banconote in lire emesse prima del passaggio alla moneta europea (fig. 6).

Fig. 6 – 500.000 lire 1997 – Campione

L’unico rimpianto che l’euro può legittimamente suscitare – data la sua encomiabile stabilità di valore – è che non abbiamo più ritratti di personaggi illustri, che ci ricordavano momenti alti, intensi della nostra storia. Vi abbiamo rinunciato per non suscitare gelosie nazionali all’interno dell’Europa. Ma sono convinto che a mano a mano che l’unione europea si rafforzerà, e crescerà di prestigio fra i suoi cittadini, potremo avere banconote che raffigurino personaggi eminenti, non più italiani o polacchi o portoghesi, ma autenticamente europei.

 

 
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