(di Giuseppe Arbia) Tra il 1400 ed il 1500 nel Regno di Napoli ed in particolar modo nella città di Napoli, i “movimenti” finanziari dipendevano da abili usurai in gran parte ebrei, genovesi e toscani. Questi applicavano interessi molto alti al popolo “basso”, mentre le Famiglie nobili godevano di tassi meno importanti, ma da parte loro, gli usurai, chiedevano di tollerare i soprusi che le persone meno abbienti erano costrette a subire.
Il prestito era ampiamente diffuso anche per le precarie condizioni di vita, così ci si rivolgeva al prestatore per dar da mangiare alla propria famiglia, per intraprendere un’attività artigiana, per mantenere un tenore di vita al di sopra delle proprie possibilità e per svariati altri motivi. Molte volte vennero emanati ordinamenti di espulsione nei confronti degli usurai, ma erano le stesse vittime a richiedere a gran forza l’annullamento delle leggi per far tornare i loro “aguzzini”.
Nel 1516 Carlo V divenne Re di Spagna e per diritto di successione anche sovrano del Regno di Napoli. Il nuovo regnante decise nel 1519 di visitare la capitale partenopea, naturalmente l’aristocrazia locale decise di accoglierlo in maniera tale da portarsi alla pari delle famiglie “patrizie” di Spagna e questo accrebbe ulteriormente l’indebitamento di molte di esse verso gli usurai.
Pur gradendo dei ricchi e sontuosi ricevimenti il re di Spagna non elargì niente alle famiglie partenopee. Tuttavia grazie all’insistenza dell’arcivescovo, cardinale Vincenzo Carafa, Carlo V emise un editto che “limitava i tassi d’interesse dei prestiti su pegno, riduceva le pene detentive per i debitori insolventi ed allontanava definitivamente dal regno le folte colonie di ebrei che vi risiedevano”.
Naturalmente fu facile far leva contro gli ebrei, più volte presi di mira dal ramo intransigente ed ortodosso del clero cristiano.
L’editto salvò materialmente molte famiglie napoletane dal fallimento finanziario e fece uscire le persone morose dalle disumane carceri reali, ma le pene contro la popolazione ebraica furono fin troppo dure, penalizzanti. Questo fu il motivo che spinse alcuni nobili napoletani a cercare di mediare le varie controversie dei debitori, riuscendo a conciliare in maniera tale che gli usurai riuscirono perlomeno a riavere il loro capitale, mentre gli interessi furono esigui contributi di riscatto. (l’articolo prosegue su AIC Magazine N.16)
