(di Fiamingo A. e Giaquinta N.) In questo nuovo studio della serie Analisi Strutturale ci soffermeremo su un tema antico quanto la moneta stessa: la falsificazione.
Data l’ampiezza dell’argomento, limiteremo il nostro sguardo a un arco temporale ben circoscritto, quello compreso tra gli anni dieci e gli anni venti del XX secolo, per poi procedere con l’analisi di due biglietti falsi da 50 lire del 1915 primo nuovo tipo. Il periodo immediatamente precedente il primo conflitto mondiale, così come quello che lo seguì, fu caratterizzato da gravi difficoltà economiche: un contesto che favorì la diffusione, in misura eccezionale, delle banconote contraffatte.
Le nuove emissioni progettate a partire dagli anni dieci del ‘900, e in particolar modo la 50 lire, comunemente chiamato “Buoi”, ha l’obiettivo dichiarato di contrastare i falsi, in quanto i biglietti della serie Barbetti ormai “non opponevano vere difficoltà al falsificatore”.
Ciò era dovuto anche al progressivo avvicinamento, da parte delle comuni apparecchiature commerciali, alle prestazioni delle macchine da stampa e alle tecniche adottate per la produzione dei biglietti.
Verso la fine del primo decennio del Novecento la Banca d’Italia si trovò davanti ad un bivio: continuare a produrre banconote secondo un modello che ormai mostrava tutti i suoi limiti, oppure tentare una strada nuova, più ambiziosa, più moderna ma anche sotto alcuni aspetti più rischiosa. Il problema di fondo ruotava soprattutto intorno alla copiosa circolazione di biglietti falsi, fenomeno a cui i tecnici della Banca d’Italia non erano riusciti ad opporsi in modo efficace.
Le banconote con taglio maggiore fino a quel momento in circolazione erano disegnate da Rinaldo Barbetti.
Esse erano prodotte ormai dalla fine dell’Ottocento e avevano rappresentato a lungo “l’immagine” della monetazione cartacea del Regno, ma già nei primi anni del nuovo secolo erano diventate oggetto di critiche continue. Non si trattava soltanto di gusti o di mode: lo stile di Barbetti appariva troppo lineare, troppo riconoscibile e, soprattutto, troppo facile da imitare in un’epoca in cui i falsari stavano affinando tecniche sempre più insidiose. È in questo clima che intorno ai primi anni dieci del Novecento, all’interno della stessa Banca d’Italia iniziò a diffondersi la consapevolezza che la cartamoneta necessitava di una vera modernizzazione. (l’articolo prosegue su AIC Magazine N.16)
