(di GIUSEPPE MAGNANTE) – Da sempre conosciuto come il “falsario di Caltagirone”, Paolo Ciulla è passato alla leggenda sia per la perfezione con cui imitava le banconote, sia per la generosità con cui le distribuiva a chi ne aveva bisogno.
Nonostante provenisse da una famiglia benestante, fin da giovane disprezzò il denaro, fino a divenire l’organizzatore di una pericolosa associazione di contraffattori che, agli inizi del secolo scorso, produsse banconote false diffondendole dalla Sicilia a tutto il Regno d’Italia, fino alla Libia (divenuta da poco colonia italiana), agli Stati Uniti e all’America Latina.
Fin da ragazzo Paolo Ciulla ebbe una predisposizione particolare per la pittura, la fotografia, l’incisione e la decorazione e, dopo le scuole tecniche, frequentò il Reale Istituto di Belle Arti nelle sedi di Roma e Napoli.
Paolo Ciulla ebbe anche una grande passione per la politica; amava deridere le persone più in vista dell’epoca, narrando storie buffe o ritraendole in disegni beffardi, alcuni dei quali sono stati riportati piacevolmente nel libro.
Dopo aver fatto una breve esperienza come Consigliere comunale a Caltagirone si trasferì a Catania, una città che in quel periodo stava vivendo un’enorme espansione economica e, pensando di poter sfruttare quel boom finanziario, aprì uno studio fotografico ma, nonostante si impegnasse molto in quel lavoro, l’attività commerciale si rivelò poco redditizia e dopo qualche mese fu costretto a cessarla.
Paolo Ciulla aveva un carattere fiero e si rivelò un insofferente agli ordini dell’Autorità costituita. Iniziò a fare l’incisore dimostrandosi subito assai valido in quest’arte, rivelando ben presto il suo demone e la sua natura di genio della contraffazione.
Pensò di dedicarsi alla sua prima attività di “concorrente dello Stato” iniziando a falsificare le monete da 25 centesimi di Lira in nichelio, che coniò solo per poco tempo perché, sentendosi dotato di grandi attitudini artistiche, non era soddisfatto di esercitare quell’attività che considerava molto limitata, perciò decise di passare alla falsificazione dei biglietti di banca.
Con il bulino, sia sulle pietre litografiche che sulle lastre di zinco, iniziò a riprodurre di tutto, dando al falso le parvenze e la perfezione del vero; riusciva a contraffare la sfumatura più tenue o il decoro più complesso, con una precisione impeccabile, il tutto con gli strumenti di lavoro che lui stesso realizzava.
Pensò allora di iniziare a falsificare una delle banconote più belle del Regno d’Italia, il Biglietto di Stato da Lire 25 “Vittorio Emanuele III”….(segue)

 

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