“Sauvez ma face, visez mon coeur, feu!”

Furono queste le ultime parole pronunciate da Gioacchino Murat, appellato come Gioacchino Napoleone, davanti al suo plotone di esecuzione nell’uggioso mattino del 13 ottobre 1815, prima di essere fucilato a Pizzo Calabro che con fulmineo provvedimento, di lì a pochi giorni ricevette dal re Ferdinando di Borbone il titolo di “fedelissima”.
In effetti la scomparsa del pericoloso rivale, a seguito di rocamboleschi eventi, sollevò da un non lieve pensiero il morale del restaurato sovrano Ferdinando. E non mancò una parte della cronaca del tempo che inneggiò al complotto, chiamando in causa nientemeno che Giustino Fortunato e Pietro Colletta- su cui avremo modo di tornare ampiamente in questo scritto – i quali avrebbero fatto in modo che Murat sbarcasse in Calabria, convincendolo dell’appoggio della popolazione durante quel complesso frangente di eventi, in modo da farlo cadere in trappola delle truppe borboniche. In seguito tali illazioni si rivelarono infondate in quanto il pronipote di Fortunato pubblicò un documento autografato del sovrano, conservato nella Biblioteca Nazionale di Firenze, il quale dimostra come Murat agì di propria volontà senza essere condizionato da alcuno, ma in quel frangente generarono non trascurabili sospetti in parte della popolazione.
Murat è tra i più lampanti esempi di mobilità sociale che si ebbero nel periodo napoleonico: da figlio di locandiere a monarca, passando per i gradi intermedi di marechal de logis (sergente di cavalleria) e poi di capitano, si distinse come comandante di cavalleria durante gli scontri di Parigi in sostegno di Napoleone e poi durante la campagna d’Italia, dove le sue doti militari, spese a favore dell’Armèe de terre, risultarono decisive. In seguito nominato generale sul campo durante la campana d’Egitto, si distinse nella Battaglia di Abukir, mentre la sua partecipazione al colpo di Stato del 18 brumaio 1799 ne sancì in modo definitivo le qualità di militari. L’anno seguente sposò Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone, mentre nel 1804 ottenne la nomina a maresciallo dell’Impero, l’apice della carriera militare.
Ma poiché le circostanze della Storia sono imprevedibili ed il coraggio e l’audacia non mancarono al nostro, ecco profilarsi all’orizzonte una nuova opportunità: il trono del regno di Napoli. Infatti, poiché per esigenze dinastiche il precedente reggente Giuseppe Bonaparte fu nominato re di Spagna, a Murat fu offerta la nomina come re di Napoli, peraltro accompagnata, stando alle cronache del tempo, anche da un’ottima accoglienza da parte della popolazione.
Ed anche in terra di Parthenope il Murat mise subito in evidenza le sue doti militari con una fulminea spedizione militare che gli consentì nell’ottobre del 1808 di strappare l’isola di Capri agli inglesi, sebbene il piano strategico fu predisposto in quella occasione da un certo Pietro Colletta, il quale non mancherà di mettersi in evidenza, intrecciando la sua successiva carriera con la sorte di Murat.(Segue) 

Questo articolo è interamente pubblicato su”AIC Magazine” Anno IV, N.8

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